Lo senti, senti com’è triste questo felice?

È  beccare in televisione alle due di notte una scena terribile e sanguinolenta e non cambiare canale. E poi girare per casa convinti di essere seguiti. Aspettarsi un cappio al collo dove infilare la testa per sbaglio, una pugnalata nel fianco che ti accascia e lascia a terra o anche una mano sulla bocca senza avere modo di chiedere aiuto. È esattamente la stessa cosa. E può avvenire in piena notte come in pieno giorno, senza preavviso, e io non posso mancare quest’appuntamento.

 

Oh, il pleut.

Piove, ma solo fino a un certo punto. Viene giù terribile ma solo sopra il mio palazzo, quello accanto è sotto il sole. Non sembra esserci un filo di vento eppure piove a vento. Qui fuori è tutto strano ma anche dentro. Faccio finta di non ricordarmi le cose ma non sono molto brava.
Mi piace Sandro Penna.

Io vorrei vivere addormentato
entro il dolce rumore della vita.

Il marito di Serena.

Tra le tante morti di colpo, il marito di Serena è morto di porta. Una folata di vento gliel’ha sbattuta sul culo mentre raccoglieva il giornale, alle sei del mattino. L’ha trovato lei circa due ore dopo. I vicini che uscivano per andare a lavoro pensavano stesse dormendo (d’altronde, era in pigiama) o facendo alla moglie una burla delle sue (era un gran buffone, alla festa di natale a lavoro lasciavano sempre che chiudesse lui il momento di cabaret aziendale).
E invece era morto.

Infinitamente.

Rinnovata
assenza.

I ricordi storditi dal tempo.

Mi fa male tornare con la mente al tavolo in terrazza apparecchiato per cinque per l’occasione, col sole che batte sulle tende tirate e le teste leggere e ancora impunite. Tua madre mi riempiva d’insalata e cortesie, tuo padre e tuo fratello parlavano di calcio e poi ci salutarono col caffè. Restammo per ore a fissare i piatti vuoti, io davanti a te non mangiavo quasi niente. Ci saremmo tirati i noccioli d’oliva e i capelli, ma le olive non piacevano a nessuno dei due. Ci tirammo le olive intere per non tirarci i capelli, i piatti, le sedie. Se mi ripenso davanti a te non mi riconosco. Puntavi la forchetta sulla tovaglia. Dicevi “E adesso che facciamo?” come se l’amore fosse un bambino, annusavamo patchouli sperando che ci salvasse dalla tragedia. Ma per la tragedia si è votati dalla nascita.

Mi fa male tornare lì perché ogni volta, io lo so, la mia vita diventa un minuto più triste e un minuto più breve. Ma mi manchi.

(e lo so che non sarebbe per te ma certi giorni tutto è per te.)

Tutta la tragedia in un pronome.

Ci sono paure infinite e paure finite.
Paure de-finite che si allungano nel tempo come i minuti di Welles.
Il passato liofilizzato, messo sotto la lingua. Per poi bruciarsi la bocca.
Il necessario e il non necessario. Un anello.

* Vento stellare

Lascia che giri la terra, che perda
di senso contare i centimetri
che ci dividono dall’asse dritta del buonsenso.
Faremo piani strategici per regolare
l’andare dei giorni e il gigantismo
che affligge i cuori fino ai quindicianni
(che a quell’età si va veloce di sentimento)
Lo faremo, davvero,
stenderemo un modello invadibile io e te,
quando saremo grandi.
Ma per ora cambiamo colore.

Mariastella

Mariastella è divisa tra la fede e l’oroscopo, perché ama tanto Paolo Fox. Non ha capito che probabilmente lui non l’amerebbe mai, neanche se lei si spendesse completamente per circuirlo. Dice che ama Dio, e tanto, e dice anche però che non sapendo se e quanto Dio invece ami lei non se la sente di scegliere così, su due piedi, tra lui e Paolo Fox. Dice anche che è colpa del suo nome: per metà vicina a Dio, e per metà a Paolo Fox, e che quindi Dio lo sapeva già, e che se le vuol bene la perdonerà (che è quel che ci si aspetta poi da Dio) e magari, per la sua onestà, Dio la premierà facendola sedere in cielo, un domani, vicina a Paolo Fox.

* Tempo siderale

metteranno frontiere
meno spesse delle pareti della mia
stanza, più pesanti, ne avvertiremo
la presenza, spenderemo
due volte tanto
(e già così era tanto)
ma non importa
perché parlare a te è saltare
senza gravità
mi prendi il tempo
necessario
e a me sta bene.

Bi’h!

In cosa mi stai trasformando?

In una piuma con gli occhiali e il caschetto.

( ma con gli altri mai, niente scene mai, è salva la mia faccia. )